Casa in provenza
5′, 2012

prodotto da Radio3Suite, in collaborazione con Battiti per la rassegna Il sogno di mezzanotte
Sound design: Riccardo Amorese

Entro dal cancello nel giardino della casa di mia nonna, in Provenza. Non so come ci sono arrivata, se in treno o in automobile. So di avere con me dei bagagli, ma non li vedo. Il sole è basso sul mare, tardo pomeriggio. Sono venuta a passare qui l’estate come sempre, da quando ero bambina. Il mio paradiso personale. Vedo di lato la spiaggia di sabbia bianca che confina col nostro giardino, l’acqua limpida increspata dalle piccole onde … Dico ai bambini –ci sono anche i miei due figli con me, stretti un po’ timorosi ai miei fianchi- dico ai bambini:- “Svelti, spogliatevi e correte a tuffarvi, finché c’è luce. La bisnonna la saluterete dopo”. Loro obbediscono, gettano a terra i vestiti, scalciano via i sandali, corrono a scavalcare il muretto, entrano in acqua …

Ho voglia di seguirli, e d’improvviso ricordo che la nonna è morta quattro anni fa, e che da allora in questa casa non ci siamo più tornati. Che assurdità, lasciarla chiusa per tutto questo tempo. Sarà umida, dentro, piena di ragnatele. Le finestre però sono aperte, i gerani fioriti sui davanzali, la ghiaia del piccolo piazzale ben rastrellata … Chi? … Mi viene in mente che c’era un vecchio tuttofare, giardiniere, custode. Nessuno l’ha pagato in tutto questo tempo, mi dovrò scusare. Chiamo:- “C’è nessuno? Siamo noi, siamo arrivati”. La porta si spalanca e sulla soglia avanza una figura vestita di bianco, non è il vecchio custode, sembrerebbe una donna. Non riesco a distinguerne i lineamenti, ma avverto una sensazione di ostilità. Mi viene incontro: -“Chi è lei, cosa vuole?” –“Chi è lei piuttosto?”- le rispondo aggressiva –“Chi l’ha fatta entrare? Dove ha preso le chiavi?” Che sia la moglie del custode? -“Se ne vada”- mi dice la sconosciuta –“O chiamo i gendarmi”. Sento una furia che mi cresce dentro, ho voglia di darle uno schiaffo, le darò uno schiaffo … Ma lei gira la testa, guarda verso la spiaggia ed esclama allarmata: -“Cosa stanno facendo quei bambini?” Guardo anch’io, i miei figli hanno fatto un grande castello di sabbia, l’hanno costruito sul corpo disteso di una bambina della loro stessa età, che cerca di scrollarselo di dosso, ma loro la tengono sotto a colpi di paletta.

Corriamo giù, io e la sconosciuta. Lo schiaffo che mi era rimasto caldo nel palmo della mano lo do con forza a mio figlio che si mette a piangere, mentre la sorella come al solito protesta;-“Non è giusto”.
“Ma sembra giusto a te seppellire nella sabbia questa bambina?”- le rispondo-“e pensare che siete già all’Università”. Nella mia testa so bene che entrambi i miei figli hanno più di vent’anni, erano al liceo quando è morta mia nonna. Però adesso, qui, ho a che fare con i miei due bambini di cinque e sette anni. La sconosciuta ha sollevato l’altra piccola, le sta scuotendo la sabbia di dosso, la consola. Ed io, senza alcuno stupore, riconosco nella terza bambina mia madre, che so di non aver mai conosciuto perché è morta nel darmi alla luce. Ma so che la casa della nonna era piena di sue fotografie, a tutte le età. La bambina sporca di sabbia è quella della cornice sul caminetto, a cinque anni, con i boccoli e un grande nastro di seta bianca annodato sopra una tempia.

Trovo logico che lei non mi riconosca, come potrebbe? Ma chi sarà la donna che la sta consolando? La guardo bene in viso e mi pare di specchiami: è identica a me, sono io, sono doppia, mi manca il respiro. Poi mi trovo da sola nella mia camera da letto di ragazza, qui in Provenza. So che devo vestirmi con estrema cautela per non farmi sentire dalla nonna. Non ho il permesso di andare a ballare, uscirò dalla finestra. Fortuna che la stanza è al piano terreno. Ma quando apro pian piano le persiane vedo il giardino lontanissimo, se salto dal davanzale mi sfracello, penso. Ma salto ugualmente, e mi sveglio.