Senza titolo (di un dio minore)
14’02”, 2010

Grande Estasi
15’35”, 2006

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Durante Helicotrema presentate due diversi lavori audio: Senza titolo (di un dio minore) e Grande Estasi. Potreste brevemente introdurli?

Si tratta di due lavori sonori molto diversi tra loro.
“Senza titolo (di un dio minore)” è una conversazione estrapolata da un intercettazione telefonica agli atti di un recente noto processo su appalti e malversazioni. Non ci interessava il dato di cronaca, quanto esporre la complessa trama di ambiguità, allusioni e ricatti che si instaura in una relazione di potere, anche generazionale. Fra i silenzi e i non detti, fra le scariche elettrostatiche e i colpetti di tosse, in questa conversazione va in scena una sorta di pièce teatrale carica di tensione, in cui i due interlocutori si calano in ruoli che sembrano una sceneggiatura già scritta nel nostro immaginario, piena di personaggi cinematografici e di figure epiche. “Cosa devo fare con mio figlio, devo ammazzarlo? Rimarrà sempre il figlio di un dio minore?” E’ questa la scena che ci interessava isolare, un momento in cui il reale è percepibile come effetto spettacolare.
“Grande Estasi” è invece un esperimento su un film di Werner Herzog, “Die Grosse Extase des Bildschnitzer Steiner”. Si tratta di una sorta di “cover version” solo audio, costruita come un radiodramma, in cui il suono ambientale, le voci e la musica convergono nella proiezione di un immagine densa e ipnotica nella mente dell’ascoltatore.

 

Come avete iniziato a lavorare col suono? E, potete dirci qualcosa sull’uso del suono nei vostri progetti?

Il suono è da sempre protagonista nei nostri lavori, sia come materia da plasmare, al fine di produrre immagini puramente mentali, sia come posizione d’ascolto che adottiamo di volta in volta.
C’è un grado di informazione complesso nella concretezza del suono: il vento tra le foglie, il brusio degli elettrodomestici, la grana di una voce, la profondità del traffico, ascoltato in lontananza. Per noi è importante stabilire un punto d’ascolto, una postazione di osservazione, dalla quale decifrare questo linguaggio complesso per poi restituirlo attraverso i nostri oggetti.
Nei nostri lavori video e documentari il suono è integrato nell’ambiente e spesso è declinato attraverso la musica.
In generale cerchiamo di avere un approccio visuale al suono, di tradurre lo sguardo in suono. Tutto in definitiva deve convergere verso la formazione di un “cinema interno”.